Propagandare la poliginia, ovvero le basi ideologiche della sovversione.

Questa è la prima parte di un pezzo che prende spunto da un commento apparso su facebook. Il commento è stato pubblicato da una convertita all’islam nella pagina di un movimento che si propone di difendere i diritti dei mussulmani in Italia, un paese in cui la discriminazione religiosa è vietata a partire dalla lettera della Costituzione. In esso si facevano affermazioni che, personalmente, ritengo insensate, rivoltanti e vergognose e che, a mio avviso, celano fra le righe un tipo di discorso politico a favore della futura legalizzazione della «poligamia» islamica in Occidente.

La legge italiana punisce il reato di bigamia e di poligamia e perciò nessuno si spingerebbe fino al punto di fare aperta propaganda per l’introduzione ufficiale del «matrimonio» poligamico in Italia. Tuttavia, certi fedeli mussulmani si appellano al Corano e ad altra letteratura sacra islamica per difendere un’istituzione oggettivamente inaccettabile e totalmente estranea alla cultura occidentale, probabilmente con lo scopo di far passare eccezioni alla legge in forza dell’affiliazione religiosa. In ogni caso, nell’appellarsi ai propri testi sacri, questi mussulmani si guardano bene dal palesarne le parti piú vili e ripugnanti, utilizzando. inoltre, in modo bizzarro «prove» scientifiche o pseudoscientifiche a sostegno delle proprie posizioni strampalate.

È mia opinione che oggigiorno ci sia chi si avvale del diritto alla libertà garantite in virtú della legge per condurre una politica sotterranea sovversiva tesa a minare i valori sui quali si fonda la nostra società ed i principi che governano la Repubblica. Appellarsi alla libertà di culto per propagandare l’indifendibile, l’inaccettabile e l’irragionevole è il nuovo modo di proseguire il jihad che l’islam conduce contro l’Occidente da quasi 14 secoli. La nuova strategia offensiva jihadista consiste nel proporre certe idee sotto le mentite spoglie della pietas religiosa per salvaguardarsi dal confronto sui reali contenuti dogmatici dell’islam. Infatti, l’unico tipo di ideologia tutelata per legge grazie alla punibilità del reato d’opinione è la religione; e l’islam, proponendosi come tale, ha maggiori spazi di manovra rispetto ad altre ideologie politche totalitarie che non possono avvalersi di pretese metafisiche per mascherarsi ed imporsi.

Per ora val la pena di gettare un po’ di  luce su che cosa raccontino davvero i testi sacri islamici, per far sí che si possano comprendere con maggior chiarezza gli intenti dei muǧâhid del XXI secolo. È un mio personale auspicio che molto presto si giunga una volta per tutte alla definizione di che cosa si debba intendere per «religione», cosicché vengano definitivamente neutralizzati i kamikaze della propaganda islamica.

[Parte I]

Innanzitutto l’islam non codifica né ammette la poligamia, perché poligamia è un termine che si applica sia ai legami o ai contratti matrimoniali fra un uomo e diverse mogli, che agli stessi fra una donna e diversi uomini, non necessariamente mariti. Quello che l’islam sancisce ed approva è esclusivamente la poliginia, ovvero la possibilità per l’uomo di avere piú partner femminili a vario titolo. Ciò che è noto ormai a tutti è che l’islam ammette e sancisce l’unione contrattuale con quattro mogli (o piú precisamente zawaǧât[1], compagne, mogli), facendo passare questa limitazione a solo quattro consorti come un precetto ispirato alla moderazione e rivolto a uomini che si reputano equanimi. Se un mussulmano ritiene di non poter essere equanime, cioè giusto nei propri rapporti verso le proprie mogli, gli è comunque concesso di prendersi come moglie una donna “in suo possesso”, ovvero una o piú schiave. Cosí è previsto nel Corano:

Qr 4:3 […] fa-inkiḥû[2] mâ ṭâba lakum mina al-nisâ°i matnȷ(â) wa-tul(â)ta wa-rub(â)ɂa fâ-in kiftum allâ taɂdilû fa-w(â)ḥidät(an) aw mâ malakat aym(â)nukum d(â)lika adnȷ(â) allâ taɂûlû.[3]

[…] allora sposate (sic!) ciò che è buono (?) per voi  fra le donne: due, tre, quattro. Se temete di non essere giusti, allora una sola o ciò che possiede la vostra destra: è ciò che si avvicina di piú a non fare ingiustizia.

Tuttavia, poiché nella sua rivelazione Allah ha la facoltà di rivedere le proprie disposizioni, anche coloro che non possono o non sono intezionati a trattare le proprie mogli con equità possono in ogni caso accedere all’istituto dell’unione poliginica. Infatti, nel Corano, al verso 4:129, si ammette che è impossibile che un uomo riesca a trattare in modo uguale ciascuna delle proprie mogli nonostante desideri farlo. In questo modo si abroga quanto contenuto al verso 4:3 a proposito del giusto trattamento delle mogli.

Qr 4:129 wa-lan tastaṭîɂû an taɂdilû bayna al-nisâ°i wa-law ḥaraṣtum […]

Mai riuscirete ad essere giusti fra le donne sebbene intendiate (esserlo).

Secondo i precetti dell’islam, l’unione matrimoniale non ha affatto lo stesso valore che in Occidente. Non l’ha da un punto di vista religioso, dato che il matrimonio islamico non è un sacramento, e quindi non è un unione consacrata. Né ha il valore del matrimonio civile europeo, nel quale i coniugi hanno pari obblighi di legge cui ottemperare, godono di uguali diritti e hanno uguali doveri. Il matrimonio islamico è un semplice contratto con nomi, tipologia e clausole diversi a seconda dell’unione che le parti, o chi per loro, decidono di stabilire.

Il fatto che il ripudio sia per il mussulmano un istituto a cui può ricorrere con facilità, mette l’uomo nella condizione di contrarre potenzialmente un numero infinito di matrimoni islamici. Accanto alle quattro mogli ripudiabili e sostituibili, la poliginia islamica prevede il diritto per l’uomo di avere rapporti di concubinato con una o piú donne e, accanto ad esso, ammette la schiavitú sessuale, che in sé è una forma di stupro continuato legalizzato ai danni di persone alle quali l’islam non riconosce diritti in quanto non libere. Che il mussulmano possa intrattenere rapporti sessuali sia con mogli che con schiave è chiaramente indicato dai versi 23:1-6 e 70:29-35 del Corano.

Qr 23:1-6 qad aflaḥa[4] al-muẘminûna alladîna hum […] wa-alladîna hum li-furûǧihim[5] ḥafiẓûna illâ ɂalȷ(â) azw(â)ǧihim aw mâ malakat aym(â)nuhum fa-innahum ġayru malûmîna.

Certo devoti assidui si dimostrano i credenti i quali […] e coloro che custodiscono (coprono) i propri organi genitali eccetto che con le mogli o con ciò che la loro destra possiede (le schiave). Allora certamente non sono da condannare.

Qr 70:29-35 wa-alladîna li-furûǧihim ḥafiẓûna illâ ɂalȷ(â) azw(â)ǧihim aw mâ malakat aym(â)nuhum fa-innahum ġayru malûmîna […] ul(â)°ika fȷi jann(â)t(in) mukramûna.

E coloro che custodiscono (coprono) gli organi genitali eccetto che con le proprie mogli o ciò che la loro destra possiede, allora certamente non sono da condannare […] costoro (sono destinati ad essere) onorati in paradiso.

Secondo la lettera del testo sacro islamico è permesso esporre i propri genitali soltanto a questi due gruppi di donne e limitarsi ad avere rapporti sessuali esclusivamente con loro è considerato un atto di pietas in forza del quale ci si merita il paradiso. Non vi è alcun dubbio che si parli di mogli o compagne e anche di schiave, perché il verso fa una distinzione ben precisa fra i due gruppi di donne. La poliginia islamica, com’è ormai chiaro, non è affatto una questione riducibile al prendersi una seconda moglie: parlarne in questi termini è una forma di disonestà intelletuale che non merita d’esser lasciata passare. La poliginia islamica è un’istituzione oppressiva che si inquadra all’interno di una società in cui gli esseri umani in quanto tali non hanno diritti inalienabili, ma sono sottoposti ad un ordine gerarchico che si fonda sulla distinzione fra chi domina e chi è dominato, fra chi possiede e chi è proprietà del proprio padrone. L’uomo è subordinato ad Allah, una divinità tirannica e volubile (che in Qr 1:2 è rabbi[6] al-ɂ(â)lamîna, signore dell’umanità/del Creato); la donna è subordinata all’uomo, il quale è il suo padrone; i figli sono subordinati ai genitori, dei quali sono proprietà; lo schiavo appartiene al suo padrone; il suddito è sottomesso alla volontà del suo sovrano. Anche la poliginia islamica riflette questo semplice ordine del mondo sancito da Allah e si fonda su un rapporto di sottomissione e dipendenza. Va anche ricordato che il Corano stabilisce che la donna è stata creata per l’uomo, come si legge nell’episodio di Lot in cui si condannano gli uomini di Sodoma per le loro preferenze sessuali che trasgrediscono la legge e la generosità divine.

Qr 26:125-126 atatûna al-dukrâna mina al-ɂ(â)lamîna wa-tadarûna mâ kalaqa lakum rabbukum min azw(â)ǧikum […]

Vi accosterete ai maschi fra le creature e tralascerete ciò che per voi il vostro signore (Allah) ha creato nelle vostre compagne?

Questa è la poliginia islamica: un’istituzione che si fonda sul dogma secondo cui una parte dell’umanità, quella di sesso femminile, sarebbe stata creata arbitrariamente per il soddisfacimento delle esigenze di quella di sesso maschile. Da notare che Allah attraverso il Corano non si rivolge mai in alcun passo a qualche figura femminile descrivendo l’uomo in termini simili a quelli che vengono usati quando si rivolge agli uomini per parlare delle donne.

Nel Corano Allah mette sulla terra il primo uomo, Adamo, in qualità di suo sostituto e reggente (kalifät[7], Qr 2:30), mentre la tradizione vuole che Muhammad abbia stabilito che la donna è stata creata solo successivamente dalla costola di costui (a simboleggiare la sua inferiorità ed imperfezione) (Sahih Bukhari 7:62:114; Sahih Muslim, Kitab al-nikah, 8:3466, 3467, 3468; Ibn Sa’d, Kitāb al-ṭabaqât al-kabîr, Vol 1, 1.4.1). Da notare che in diversi ḥadît si menziona il fatto che la donna è stata creata da un osso ricurvo e che non può essere raddrizzata, altrimenti si rischia di spezzarla. Infine, è al cospetto dell’uomo Adamo che gli angeli vengono fatti prostrare in atto di adorazione (fa-saǧadû[8], Qr 2:34). Sono queste le premesse in base alle quali viene dichiarata la superiorità dell’uomo sulla donna, che si riflette anche nell’istituzione della poliginia cosí com’è prevista dall’islam.

 

[Note]

[1] L’arabo زوجة deriva dal siriaco ܙܘܓܐ/זוגא e a propria volta dal greco ζυγόν che significa coppia.

[2] inkiḥû (انكحواْ) proviene dalla radice [n.k.ḥ]. Il significato di base è quello di “avere un rapporto sessuale”. Il matrimonio islamico è quindi una forma di contratto che ha fondamentalmente il semplice scopo di consentire rapporti sessuali fra le due persone che lo sottoscrivono.

[3] La trascrizione dall’arabo non segue uno standard, ma dovrebbe essere precisa. (â) indica la presenza nel testo di un segno diacritico chiamato alif kanǧariyyä, cioè di una vocale lunga [a:] non scritta nel testo Coranico. Una j senza punto indica un alif maqṣûrah, cioè di un alif finale scritto con yâ°, ma senza punti diacritici.

[4] Bausani traduce questa forma verbale, aflaḥa, con l’aggettivo beati (come anche Paret: selig), probabilmente per dare una coloritura evangelica al testo coranico agli occhi del lettore. Pickthall, Shakir, Sher Ali ed altri traducono con successful, mentre Yusuf Ali usa una forma verbale (must [eventually] win through). Molto piú semplicemente, esiste una radice siriaca ܦܠܚ/פלח col significato di labour, work, cultivate, exercise an art or occupation, do business, teach, serve, serve God, worship (Payne Smith R., A Compendious Syriac Dictionary, 1903).

[5] li-furûǧihim ḥafiẓûna in alcune traduzioni viene tradotto come custodiscono la loro castità. In realtà, furûǧ è il plurale di farǧ ed ha il significato di organi genitali.

[6] L’arabo rabb, tradotto con Signore in riferimento alla divinità, nelle lingue semitiche significa anche comandante militare. In accadico rab è attestato spesso con questo significato, che viene mantenuto anche nell’ebraico רב e siriaco ܪܒ).

[7] Kalîfä significa califfo (successore, vicario di Allah era il titolo dei califfi Umayyadi). Ponendo l’uomo sulla terra, Allah istituisce la kilâfä, il califfato, ovvero la teocrazia. Questo mette in evidenza che qualsiasi rivendicazione a carattere religioso da parte dei mussulmani è in realtà un atto politico giustificato dall’islam.

[8] La radice s.ǧ.d ha il significato di prostrarsi, prostrarsi in adorazione. È la stessa radice della parola masǧid (moschea) e si ritrova in ebraico,סגד, e siriaco, ܣܓܕ.

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