Propagandare la poliginia, ovvero le basi ideologiche della sovversione. II

Nella prima parte di questo articolo sulla poliginia islamica sono stati esaminati alcuni passaggi del testo Coranico che giustificano tale pratica e alcuni hadith che illustrano e spiegano dal punto di vista dogmatico la condizione di subordinazione originaria della donna rispetto all’uomo.

[Parte II]

Non si può parlare genericamente di poligamia nell’islam perché ciò che esso non ammette mai e in nessun caso è una forma di poligamia che possa esser praticata dalla donna. La poliandria, cioè la pratica secondo cui una donna intrattiene relazioni con piú partner maschili (non necessariamente mariti), è esplicitamente proibita. Infatti il Corano proibisce di unirsi a donne che sono già d’altri, a meno che esse non siano fra quelle ridotte in schiavitú.

Qr 4:23-24 ḥurrimat[1] ɂalaykum […] wa al-muḥṣan(â)tu mina al-nisâ°i illâ mâ malakat aym(â)nukum […]

Vi sono proibite […] fra le donne anche coloro che sono sposate (?)[2] eccetto ciò che la vostra destra possiede […]

L’islam consente soltanto all’uomo, quando lo voglia, di intrattenere relazioni sessuali con molte donne in una sorta di promiscuità sessuale legalizzata, vuoi per mezzo di contratti matrimoniali [3], vuoi per diritto di possesso nel caso delle schiave. Ciò vuol dire che la donna può intrattenere una relazione con un uomo solamente se costei rientra in una delle categorie di donne con cui l’uomo può avere contatti sessuali leciti e quindi solo se la donna è qualificabile come sua moglie, una sua concubina oppure una sua schiava. In sostanza, in materia di relazioni affettive e sessuali, stando ai precetti islamici, i diritti della donna non sono enunciati in maniera indipendente in quanto tali, bensí soltanto in relazione e in via subordinata a quanto viene stabilito lecito per l’uomo.

Per comprendere la condizione di inferiorità della donna e di relegamento della stessa a figura di secondo piano della società islamica, si deve tener conto del contributo fondamentale del dogma religioso alla formazione di una cultura tipicamente sessista e misogina. Si è gia visto che l’islam stabilisce lo stato non solo di inferiorità della donna rispetto all’uomo, ma decreta anche che la sua esistenza è in funzione dell’uomo per il diletto e l’utilità di costui[4]. In questo modo, il dogma religioso introduce una disparità fra i due sessi di ordine ideologico la cui verità non può essere messa in discussione, dato che essa è rivelata dalla divinità ed è quindi fondata metafisicamente.

La dottrina islamica è caratterizzata da una farragine dogmatica che in molti casi gli stessi islamologi tendono a negare, illustrando, di contro alla complessità della teologia cristiana, la semplicità e schiettezza del messaggio coranico[5]. In realtà, non esiste praticamente nulla che sia semplice nell’islam. Stando a ciò che ci viene narrato dalla storia islamica stessa sulla missione di Muhammad, si può descrivere l’islam come il risultato di una combinazione piuttosto rozza di elementi religiosi e culturali dalla provenienza piú disparata. La stessa idea di rivelazioni divine episodiche lungo un periodo di 23 anni sembra testimoniare un percorso di rimescolamento e sintesi, entrambi maldestri e malriusciti, di motivi eterogenei e persino incompatibili fra loro, allo scopo di renderli fruibili come insieme unitario ad un popolo che fino al VII secolo dC viveva nella preistoria e ai margini della civiltà.

L’islam non conosce un’elaborazione teologica complessa, variegata e strutturata come altre religioni. Tuttavia ciò non lo rende facile da spiegare e comprendere. Anzi, si potrebbe dire che la sua mancanza di complessità strutturale sia di impedimento alla sua comprensione immediata. Se buona parte dei suoi contenuti dottrinali sono rudimentali e primitivi, ciò significa che essi sono anche particolarmente nebulosi, perché non possono essere inquadrati con precisione all’interno delle categorie di pensiero alle quali gli Occidentali sono abituati a ricorrere ormai da secoli nello studio e nell’esposizione di determinati concetti. Proprio perché i concetti stessi stentano a prendere una forma distinta, nell’islam le difficoltà di interpretazione e di comprensione aumentano.

Si può prendere come esempio l’idea di tawḥîd (توحيد), una parola araba che significa unità, unitarietà, unificazione e serve a descrivere il concetto di unicità divina che sta alla base della dottrina islamica. Di per sé il tawḥîd può indubbiamente essere definito un dogma per il motivo che si tratta di una verità di fedeverità rivelata che dev’essere accettata dal mussulmano perché costui possa qualificarsi come tale. Precisamente perché dogma, il tawḥîd, non si fonda su alcunché che sia umanamente ed oggettivamente esperibile e dal quale l’unicità della divinità possa essere dedotta o indotta. Eppure, questo specifico concetto di unitarietà divina non resta confinato all’ambito della teologia sistematica (come per lo piú accade per il dogma della trinitarietà della divinità nel cristianesimo), ma ha altre implicazioni, etiche e sociali. Rinnegare il tawḥîd, per esempio, equivale all’apostasia e ciò significa porsi fuori della società islamica, intesa come comunità dei credenti (umma, أمة), oltre che dall’islam in quanto religione[6]. In questo modo, il concetto di tawḥîd esce dall’ambito strettamente dogmatico e diventa il metro di misura dell’ortodossia del credente e contemporaneamente dell’integrità del cittadino: l’accettazione del dogma diventa una questione di principio etico, mentre il suo rifiuto non è solo un peccato, bensí anche una macchia nella propria reputazione, una colpa imperdonabile e un’infrazione che va punita con la pena capitale. Da quanto detto, si evince facilmente come il dogma del tawḥîd non abbia soltanto implicazioni strettamente teologiche, ma finisca anche per averne di etiche, tabuistiche, sociali e legali. Il tawḥîd è anche il principio su cui si fonda una società piramidale e solo chi professa la religione che lo predica, l’islam, gode di determinati diritti negati ai diversamente credenti. In questo senso, essere mussulmani e professare la religione del tawḥîd sotto il regime teocratico islamico funziona come funzionava anticamente il fatto di essere un cittadino autoctono e libero (in opposizione ad uno schiavo o ad un forestiero) nella democrazia ateniese ed è quindi un criterio di discriminazione sociale. Il tawḥîd può anche diventare ideologia politica e di propaganda: la somma autorità dello Stato, vicariata da sapienti o chierici, diviene la divinità che si esprime attraverso il testo sacro  inteso come la manifestazione della sua volontà e della sua legge. La guerra si combatte contro gli infedeli che rinnegano il modo di intendere l’unicità divinità nei termini previsti dall’islam: costoro divengono automaticamente suoi nemici e nemici dei veri credenti. Ancora una volta il tawḥîd esce dai confini delle teologia e si fa concetto politico ed ideologico e finisce che le sue implicazioni escatologiche condizionino la visione del mondo di chi lo accetta come parte integrante del proprio credo.

Una volta appurato che l’influenza del dogma del tawḥîd ha effetti che sconfinano dall’ambito meramente teologico e che finiscono per riflettersi su quello etico, sociale, legale ecc, va rilevato che qualsiasi altro dogma islamico, cosí come qualsiasi altra credenza che trovi i suoi fondamenti nei testi sacri dell’islam, opera in maniera del tutto simile. Quello che si è detto a proposito del dogma islamico dell’unitarietà divina vale, ad esempio, per il ǧihâd, la guerra santa islamica. Mettere in dubbio la chiamata alla armi per combattere sulla via di Allah è considerata una forma di apostasia, con tutte le conseguenze che ciò comporta. Il ǧihâd ha implicazioni etiche, in quanto è di fatto il sesto pilastro dell’islam[7]: chi lo combatte compie un’azione santa e chi vi muore è ritenuto un martire, un testimone della fede. Rinnegare il ǧihâd significa abiurare ad un principio fondamentale della fede che indica al mussulmano l’unico modo certo di accedere alla ricompensa oltremondana promessa da Allah. Allo stesso modo, la poliginia islamica, seppure non sintetizzata esplicitamente in forma dogmatica come i principi precedenti, trova la sua conferma nel Corano, ovvero nella testuale parola della divinità che si rivela e indica all’umanità la strada da seguire per fare la sua volontà. Si è già visto che la poliginia è prevista nel Corano e non soltanto in questa vita. Infatti, le interpretazioni esegetiche del Corano descrivono le beatitudini promesse ai mussulmani nell’aldilà, fra le quali vi è anche una forma di poliginia senza i limiti della legge islamica e delle condizioni fisiologiche legate alla vita terrena, al punto che si passa di fatto alla promiscuità sessuale, della quale, ovviamente, beneficiano unicamente gli uomini[8].

La poliginia islamica, esattamente come le verità di fede, trova la propria giustificazione nel nel testo sacro dell’islam in numerosissimi punti[9]. Ciò significa che essa non può essere abolita o dichiarata superata, perché il Corano rappresenta letteralmente la parola di Allah ed è un discorso che la divinità fa a Muhammad attraverso la mediazione dell’angelo Gabriele, chiamato anche Spirito Santo. Per comprendere la natura paradogmatica dell’istituzione poliginica islamica è necessario evidenziare come il Corano venga qualificato al verso 2:2:

Qr 2:2 d(â)lika al-kit(â)bu lâ rayba fîhi hudȷ(an) lil-muttaqîna
Questo è il libro: non vi è dubbio in esso. (Rivelato quale) guida[10] per chi si mette al riparo (dalla punizione divina).

In poche parole, nel verso si decreta che il Corano è la rivelazione per eccellenza fatta da Allah, che il contenuto della rivelazione non dà adito a dubbi e che il Corano è una guida destinata a coloro che non vogliono incorrere nella punizione divina a causa dei propri peccati. Soprattutto la parola hudȷ (هدى) ha particolare importanza in questo verso, perché il Corano è definito una guida, cioè si afferma che contiene i comandamenti e le disposizioni della divinità che vanno osservati da parte di tutti coloro che intendono sottrarsi all’inevitabile castigo di cui si parla nei versi seguenti (2:10; 2:17). La stessa parola non solo è sinonimo di Corano, come al-kit(â)bu (الكتاب), ma è anche sinonimo di vera fede e si collega al verso 1:6 in cui si chiede ad Allah di mostrare la retta via (al-ṣir(â)ṭa al-mustaqîma, الصراط المستقيم), o piú letteralmente di guidare (ihdi, اهد) il credente su di essa. È essenziale notare il tono polemico del contesto, nel quale il contenuto del Corano viene presentato in opposizione alle credenze sbagliate degli ebrei e dei cristiani. Infatti, nel verso 1:7, oltre che di coloro che sono già incorsi nell’ira divina (al-maġḍûbi, cioè gli ebrei) per essersi dati all’errore e alla perdizione, si parla di coloro che errano (al-ḍâllîna) e tradizionalmente il termine si riferisce ai cristiani. Nel verso 2:16 si parla di coloro che hanno barattato l’errore, ovvero la perdizione (ḍalâlä, ضلالة, e altrove ḍalâl, ضلال, dalla stessa radice della forma verbale al-ḍâllîna), per la guida (bi-al-hudȷ(â)) e si dice che costoro non sono guidati (muhtadîna, مهتدين). È fondamentale tener presente quest’opposizione fra l’idea di retta via e di errore o perdizione e comprendere che mettere in discussione il contenuto della guida (cioè sia del Corano che dell’islam) conduce necessariamente al castigo divino, in quanto significa contravvenire ai comandamenti di Allah. Questo è uno dei motivi per cui nel mondo islamico la questione della poliginia non viene praticamente mai presa di petto, perché agendo in questo modo si metterebbe in discussione il Corano stesso (oltre, ovviamente alla Sunna) e per coloro che si azzardassero a fare ciò, la cosa avrebbe risvolti che non resterebbero limitati alla pura diatriba teologica.

L’impossibilità di negare l’accettabilità della poliginia nell’islam è anche legata all’inequivocabile contenuto di altri versi coranici, nei quali si stabilisce che contravvenire alle disposizioni divine è un atto di empietà:

Qr 5:87 y(â)-ayyuhâ alladîna °âmanûå lâ tuḥarrimûå ṭayyibâti mâ aḥalla allahu lakum walâ taɂtadûå inna allaha lâ yuḥibbu al-muɂtadîna
O voi che credete, non dichiarate proibito ciò che di buono Allah ha reso per voi lecito e non sfidate (o offendete o provocate): infatti Allah non ama coloro che lo sfidano (o offendono o provocano).

Qr 16:116 walâ taqûlûå limâ taṣifu al-sinatukumu al-kadiba h(â)dâ ḥal(â)l(un) wa-h(â)dâ ḥarām(un) litaftarûå ɂalȷa allahi al-kadiba inna alladîna yaftarûna ɂalaȷ allahi al-kadiba lâ yufliḥûna
E non dite, (perché) a proposito di ciò le vostre lingue affermerebbero il falso, «Questo è lecito, mentre questo è proibito» (solo) per inventare il falso riguardo ad Allah: infatti coloro che inventano il falso a proposito di Allah non sono pii (non lo servono o adorano).

Nel verso 5:87 si dice esplicitamente che non va reso haram ciò che Allah ha dichiarato halal, perché farlo sarebbe un’ofesa diretta alla divinità. Nel verso 16:116, allo stesso modo, si dice che è empietà stabilire che cosa è lecito o proibito mentendo a proposito di ciò che Allah ha già definito tale. In piú, nel verso 5:3 del Corano compare, inoltre, un inciso che toglie ogni dubbio sulla possibile modificazione dei contenuti della rivelazione coranica:

Qr 5:3 […] al-yawma akmaltu lakum dînakum wa-atmamtu ɂalaykum niɂmatiȷ wa-raḍîtu lakumu al-isl(â)ma dîn(ân) […]
[…] Oggi ho perfezionato per voi la religione e ho completato la mia grazia per voi e mi è piaciuto (concedere) a voi l’islam per religione […].

Va ricordato altresí il contenuto del verso 4:28 (ripreso anche in 8:66), che è un punto fondamentale del testo sacro islamico, perché indica che l’etica islamica[11] è fondata su un principio antitetico sia a quella di matrice giudaico-cristiana, sia a quella greco-romana. In esso si stabilisce che l’umanità è stata creata debole di proposito affinché resti tale. Allah non ha intenzione di riscattare le sue creature dalla miseranda condizione in cui le ha poste, ma, al contrario, fa ampie concessioni a tale debolezza congenita e se ne avvantaggia. In nessun caso l’uomo viene incoraggiato ad elevarsi moralmente al di sopra dei propri limiti.

Qr 4:28 yurîdu allahu an yukaffifa ɂankum wa-kuliqa al-ins(â)nu daɂîf(ân)
Allah vuole alleggerire per voi (i vostri obblighi) e (perché) ha creato l’uomo debole.

Qr 8:66 al-(â)na kaffafa allahu ɂankum waɂalima anna fîkum daɂfâ(n) […]
Adesso Allah ha alleggerito per voi (i vostri obblighi) e (perché) sa che c’è debolezza in voi […]

Dato che il Corano risente di un certo clima di polemica teologico-religiosa con cristiani ed ebrei, il testo sacro ovvia alle discrepanze fra la rivelazione islamica e quelle precedenti sostenendo, come già detto sopra, il fatto che la divinità ha alleggerito il carico dei doveri dell’uomo nei suoi confronti. Nel verso 2:286 ciò è reso ancora piú chiaro:

Qr 2:286 […] rabbanâ wa-lâ taḥmil ɂalaynâ iṣran kamâ ḥamaltahu ɂalaȷ alladîna min qablinâ […].
[…] Signore, non caricare su di noi un peso come quello che caricasti su coloro che (vennero) prima di noi […].

Questo verso spiega ampiamente come mai, quando non vengano considerati corrotti, i testi sacri ebraici e cristiani vengono considerati abrogati: l’islam è una religione fatta su misura per i mussulmani ed i comandamenti della legge divina rivelata in precedenza sono stati sostituiti da quelli dell’islam. Con questo espediente si ovvia al contrasto che esiste fra la morale cristiana[12] e quella islamica.

Per quanto nel mondo islamico possa essere argomento di dibattito, la poliginia non può trovare una vera e propria opposizione. I sostenitori della monogamia in seno all’islam non adoperano argomentazioni che prescindono dal contenuto dei testi sacri, bensí ne propongono un’interpretazione diversa, anche per non essere accusati di occidentalismo e quindi di corruzione morale. In questo modo, il superamento della visione dogmatica del mondo costruita sullo stile di vita dei beduini del VII e VIII secolo è destinata a non realizzarsi mai. Quello a cui si assiste è un avvicendamendo di cicli di rigore e di radicalismo cui seguono periodi di rilassatezza ed indulgenza nell’interpretazione del dogma che, tuttavia, rimane sempre, nella mentalità dei mussulmani, la misura di tutte le cose.



Note

[1] ḥurrimat viene dalla stessa radice della parola ḥarâm (حرام) che indica la proibizione sacra, un tabú.
[2] Il verso in questione si riferisce a donne che sono al-muḥṣan(â)tu e questo termine si riferisce sia a donne sposate che a donne caste e libere. La parola araba viene dalla radice [..n.] da cui derivano termini militari come fortezza, bastione, roccaforte, castello ecc. È probabile che si parli di donne che sono già d’altri e che quindi non possono essere prese.
[3] Lo scopo principale di un contratto matrimoniale islamico è semplicemente ed in primis quello di rendere leciti i rapporti sessuali: Sahih Bukhari 7:62:81.
[4] Come già detto nella prima parte dell’articolo.
[5] È un’affermazione che si trova anche nei testi di introduzione all’islam. Per avere un’idea del livello di disonestà intellettuale che si può raggiungere nel tentativo di porre l’islam in salvo da ogni possibile analisi critica è sufficiente scorrere le pagine di Wikipedia in inglese sul Corano e sul tahwîd: in nessuna delle due appare la parola dogma a proposito della credenza nell’increatezza del Corano o dell’unitarietà divina.
[6] Per indicare sia l’ateismo che il libertinaggio gli esegeti mussulmani hanno usato il termine zandaqa, un termine che in origine doveva indicare lo zoroastrismo, una religione caratterizzata dall’opposizione dualistica di bene e male, principi personificati in due divinità antagoniste. Il dualismo, oltre ad essere la negazione della vera fede, veniva caratterizzato anche come segno di immoralità.
[7] I pilastri (arkân, أركان) dell’islam sono ufficialmente 5: la testimonianza di fede (شهادة); la preghiera rituale (صلاة); il digiuno di Ramaḍân (صيام رمضان); la tassa commisurata alla propria ricchezza (زكاة‎); la circumambulazione della Ka’ba alla Mecca (حج‎). Tuttavia, anche il jihâd è considerato un obbligo individuale o collettivo (فرض) simile alla preghiera rituale.
[8] Non sembrano essere previsti trastulli sessuali specifici per le mussulmane accolte in paradiso. Gli esegeti mussulmani sostengono che fra le ricompense paradisiache di Allah vi sia anche quella delle urí, compagne di giochi erotici per l’eternità.
[9] I passi del Corano sulla poligamia sono: 2:187; 2:234; 4:3; 4:19; 4:20; 4:24; 4:28; 4:129; 23:6; 33:50-52; 60:10-11; 70:29-30.
[10] Huda vuol dire guida, sinonimo tanto del Corano quanto della vera fede (l’islam). Pertanto chi non è guidato è colui che non crede nel Corano o non professa l’islam e ciò significa che cristiani ed ebrei sono destinati alla punizione di Allah proprio perché o Allah non ha concesso loro la guida o hanno corrotto la parola di Allah (ovvero la guida rappresentata dal testo sacro) o rigettano l’islam.
[11] L’islam non possiede una vera e propria etica. Il fatto che l’islam sia fondato sull’ortoprassi in realtà non produce necessariamente un codice etico, bensí solo una casistica in base alla quale un’azione è buona se è lecita, cioè approvata da Allah, mentre è cattiva se questa contravviene alla pribizione divina.
[12] Nella tradizione islamica si riconosce la sostanziale disposizione ascetica del cristianesimo, che però viene condannata dal verso 57:27 come bid’a (بدعة‎).

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