L’abito, il monaco e il mussulmano.

Tutti ormai sappiamo come i mussulmani, e fra costoro soprattutto i convertiti all’islam, tentino di affermare in tutti i modi che gli insegnamenti della loro nuova religione sono superiori a quelli di qualsiasi altra. Talvolta non si fanno scrupolo di screditare pure una certa saggezza popolare vecchia di secoli che ci insegna a diffidare delle apparenze. In effetti, a tutti noi suona familiare l’aforisma secondo il quale l’abito non fa il monaco, che interpretiamo come un’esortazione a non farci ingannare dall’aspetto esteriore delle persone con cui abbiamo a che fare.

Per quanto comprovata sia la validità di tale massima, l’islam insegna l’esatto contrario, ovvero che la rispettabilità dovuta al prossimo dipende dall’abito che costui indossa. È piuttosto facile comprendere perché questa religione contraddice ciò che per noi è ormai cosa ovvia. L’islam è un’ideologia onnicomprensiva basata sul dogma e sull’imitazione pedissequa delle azioni del suo fondatore. Per tale ragione, non è tanto l’esperienza individuale ciò da cui si può e si deve apprendere, quant’è invece fonte di conoscenza e di insegnamento morale l’esempio di chi viene considerato l’uomo perfetto per dogma di fede. Se, secondo la dottrina islamica, si decreta che è obbligatorio vestirsi in un certo modo, il male non sta nella dissimulazione, cioè nel camuffarsi per spacciarsi per chi non si è, bensí nella violazione delle regole che riguardano il codice di abbigliamento obbligatorio. Se si ritiene che la donna è tenuta a velarsi il capo per dimostrare la propria pietas e la propria virtú, il male non sta tanto nel mascherarsi da donne virtuose quando non si è tali, ma nel contravvenire alla regola secondo cui ogni donna deve mostrarsi sempre a capo coperto.

In svariate bacheche delle varie associazioni e gruppi di mussulmani in Italia e in quella dei mussulmani del Ticino su facebook è comparsa un’immagine che raffigura Gesú e Maria. In essa si richiama l’attenzione sul fatto che i due sono persone di origine mediorientale, che Gesú è barbuto, che la Madonna è velata e che indossano una lunga tunica per coprire il corpo. In poche parole, Gesú e Maria sarebbero vestiti da mussulmani in stretta osservanza del codice islamico di abbigliamento. Non è chiaro se l’immagine sia usata allo scopo di dimostrare che Gesú e Maria erano ligi alle regole che impone l’islam in fatto di abbigliamento e sarebbero quindi stati pii mussulmani. Se cosí fosse, saremmo di fronte ad un anacronismo, sebbene sia anche vero che certi pii mussulmani in genere non si lasciano intimidire da plateali sfondoni a cui ricorrono volentieri per sostenere le proprie insulsaggini. È anche possibile che per mezzo di quell’immagine si voglia significare che quel particolare modo di vestire è raccomandabile, perché, oltre ad essere in linea coi precetti islamici, è anche quello adottato da Gesú e Maria, come testimonierebbe l’iconografia stessa. Oppure, ancora, si potrebbe voler significare che non c’è nulla di sbagliato nel vestirsi come si faceva in Medioriente 2000 anni fa, e come molti mussulmani osservanti fanno tuttoggi, perché anche la Madonna e Gesú Cristo si rappresentano vestiti a quel modo.

Gesú e Maria

Gesú e Maria in abito islamico secondo l’iconografia cattolica? Non proprio…

L’immagine che viene presentata dai Nostri per fare il proprio punto è tipica della tradizione devozionale cattolica e ciò si evince dalla rappresentazione del Sacro Cuore: quello di Maria e quello di Gesú. Da notare che, mentre nel cattolicesimo le immagini non sono condannate ed il culto iconico è ammesso, l’islam è radicalmente iconoclasta e considera l’utilizzo di tutte le immagini una forma di idolatria, ovvero l’unico tipo di peccato che Allah non perdona. Questo tipo di peccato va sotto il nome di shirk (ﺷﺮﻙ‎) o anche ṭâghût (طاغوت). L’iconoclastia radicale è caratteristica dell’islam fondamentalista riciclatosi come islam politico che si sta diffondendo oggigiorno e al quale aderiscono la stragrande maggioranza dei convertiti che fanno propaganda religiosa. È curioso, dunque, che vi siano mussulmani che si appellano alle icone cattoliche per sostenere le proprie tesi, sapendo che l’islam si  fonda su una forma di culto completamente aniconica. In realtà, sebbene stia rifiorendo questa nuova forma di islam particolarmente letteralista, rigido ed intransigente, è noto che è esistita anche una certa iconografia islamica che raffigurava i personaggi piú importanti della tradizione islamica, fra i quali Maometto stesso e la Vergine Maria, i profeti e gli angeli, fra cui Gabriele, il supposto latore della rivelazione coranica.

Tornando all’esempio di iconografia cattolica utilizzata dai Nostri per sostenere la propria tesi, si nota che la Madonna indossa quello che pare essere un peplo greco, una specie di palla azzurra (un colore abbastanza diffuso), mentre il velo che ha sul capo dovrebbe rifarsi in qualche maniera all’himation, un capo d’abbigliamento molto versatile che all’occorrenza fungeva da scialle, da copricapo e da sciarpa e con cui ci si poteva anche coprire il volto. Da notare che, per quanto possa non apparire tale, l’abbigliamento della Madonna cosí raffigurata è piuttosto complesso ed anche particolarmente ricco. In antico erano pochissime le persone che potevano permettersi tre capi di abbigliamento da indossare contemporaneamente. Normalmente, l’abito portato quotidianamente era costituito da un solo capo ricavato da un unico scampolo di stoffa o al massimo due. Va anche segnalato che le prescrizioni ebraiche vietavano di indossare abiti di tessuti diversi.

Per quel che riguarda Gesú, nell’immagine devozionale cattolica di cui sopra, lo si vede esibire una toga purpurea, cosa curiosa dato che ai suoi tempi potevano indossarla soltanto i cittadini romani, mentre a lui che era ebreo sarebbe stato proibito per legge. La sua barba può avere molteplici spiegazioni. Può essere vista come un espediente per assimilarlo ai filosofi, dato che Gesú è noto per aver trasmesso i suoi insergnamenti sotto forma di parabole. Può anche essere un riflesso delle opinioni dei Padri della Chiesa, i quali consideravano opportuno per l’uomo maturo non raderla. Nell’antichità, inoltre, la barba era considerata un ornamento naturale dell’uomo. Nell’iconografia cristiana che riguarda Gesú, però, egli non compare solo nella versione barbuta, dato che vi sono anche casi in cui Gesú è ritratto imberbe. Questa doppia rappresentazione si rifà a due modelli classici di riproduzione della figura virile di Gesú: quella che si ispira a Giove, ed è quindi barbuta; e quella che si ispira ad Apollo, ed è imberbe.

Il Buon Pastore

Gesú buon pastore, imberbe, in exomis o chitone corto.

Gesú Imperatore.

Gesú imperatore, imberbe, in divisa da soldato romano con pteryges. VI secolo.

Christ In Majesty

Christ In Majesty. Gesú imberbe in doppia tunica tipicamente medievale. XII secolo.

Va segnalato che quando il cristianesimo cominciò a diffondersi a Roma, e quindi nella parte occidentale dell’Impero Romano, esso non era percepito affatto come una religione mediorientale, bensí come una religione di derivazione greca. Pertanto, l’iconografia cristiana è sostanzialmente greco-romana perché si sviluppa in quel contesto culturale e non proviene dall’ambiente ebraico dogmaticamente avverso alla rappresentazione di figure umane. Questo tipo di iconografia era destinata a comunicare un determinato messaggio a chi apparteneva a quel mondo e si serviva di elementi conosciuti a chi in esso viveva: eventuali riferimenti esotici probabilmente sarebbero stato difficilmente compresi. Ovviamente, l’immagine utilizzata dai Nostri è rielaborata secondo la sensibilità dei tempi e quella dell’autore, il quale non necessariamente è al corrente dell’evoluzione dei costumi e delle diverse rappresentazioni iconografiche nel corso del processo di radicamento del cristianesimo in Occidente. Ad esempio, il Gesú tunicato sarebbe stato meglio raffigurato con il pallio, la veste divenuta tipica dei cristiani in un certo periodo antico, dato che la toga purpurea è indubbiamente inappropriata e fuori luogo indossata da un non romano. A proposito del contesto culturale, la barba sul volto di Gesú si può anche spiegare col fatto che per i Greci rasarla era un’usanza collegata al lutto.

Come detto sopra, non è chiaro se i propagandisi islamici abbiano usato l’immagine tipica dell’iconografia cattolica che si ritrova frequentemente nei santini per mettere in relazione l’aspetto, il look, con la pietas religiosa, ovvero per sostenere che l’ortoprassi, cioè la forma, ha la precedenza sulla disposizione d’animo, cioè il contenuto. Di sicuro non si può dire che portare la barba sia un obbligo religioso che si ritrova nel Corano. Si ritrova certamente negli hadith, nei quali si riporta addirittura che Muhammad non voleva aver nulla a che fare con chi si radeva. Sono numerosi i detti tramandati in cui Muhammad insegna come portare la barba ed i baffi, come sia necessario portarla in contrasto coi costumi dei politeisti e come sia d’uopo tingersela perché i cristiani e gli ebrei, invece, non lo facevano.

Vi sono prove che in ambito islamico la barba non era percepita come un obbligo religioso almeno fino al XIII secolo, come testimoniano le effigie dei regnanti mussulmani della dinastia Zangide, che governò l’Iraq fra XII e XIII secolo, sulle monete di quel periodo. È quindi curioso pensare che l’ortoprassi islamica richieda che il mussulmano lasci crescere la propria barba concedendo solo di regolare la lunghezza dei baffi. A questo punto è difficile mettere in relazione la pietas del Gesú barbuto con un costume che varia di epoca in epoca all’interno dello stesso mondo islamico. Accanto alle monete della dinastia Zangide mostrate qui sotto, vi sarebbero anche quelle della dinastia Artuqide del nord dell’Iraq che non mostrano effigie barbute secondo le prescrizioni della Sunna.

Moneta Zangide

Moneta della dinastia Zangide.

Moneta Zangide

Moneta della dinastia Zangide, XII-XIII secolo.

Moneta Zangide, Iraq, XII-XIII secolo.

A proposito di iconografia islamica e del fatto che l’iconografia in genere non riflette necessariamente i costumi dell’epoca a cui si riferisce, si possono prendere ad esempio alcune rappresentazioni della Vergine e dei profeti in stile orientaleggiante che ben poco hanno a che fare con i costumi tipici degli ebrei del I secolo o dei secoli anteriori. Prova ne sono le vesti principesche delle seguenti raffigurazioni islamiche di Maria, dove il velo non è mai integrale, parendo piú un vezzoso ornamento femminile che altro, ed il collo della donna è scoperto.

Maria nell’iconografia islamica. Riccamente vestita e senza hijab.

Maria e Gesú secondo l’iconografia sciita. Anche qui senza hijab e con vesti ricchissime.

Vi sono poi i profeti rappresentati in un immagine che si riferisce all’episodio del loro incontro con Muhammad nel suo viaggio verso il cielo a cavallo del mitico destriero dal volto umano (di chiara derivazione iconografica persiana) al-Burâq. Si può notare come i profeti siano tutti abbigliati come dignitari di una corte orientale, con turbanti e barbe di diversa lunghezza, e che in un caso una delle figure maschili umane manchi di baffi.

Muhammad incontra i profeti in cielo in una rappresentazione fortermente iranizzante.

Come si può vedere nelle raffigurazioni provenienti dall’ambiente islamico, non pare che la dottrina abbia fissato sin dalle origini il codice di abbigliamento che viene imposto dai mullah attraverso le loro sentenze ed opinioni tuttoggi. Pare che la pedissequa osservanza della Sunna cosí come raccomandata da al-Ghazzali per la salvezza del credente fosse poco familiare a molti mussulmani, compresi i letterati. È molto probabile che nella codificazione delle norme di comportamento e nella composizione della Sunna siano state prese in prestito usanze e tradizioni presenti fra ebrei, cristiani e altri gruppi religiosi trasformandole in obblighi religiosi propri e che certe altre disposizioni, invece, siano state inventate in opposizione ai costumi e alle tradizioni dei seguaci di altre religioni.

A proposito di abbigliamento, varrà la pena di menzionare le somiglianze che esistono fra l’imperatore romano Eliogabalo, di provenienza mediorientale e cultore della pietra nera, ed il profeta Muhammad. Ci viene tramandato che Eliogabalo era solito travestirsi e prostituirsi, probabilmente secondo il costume della prostituzione sacra mediorientale. Allo stesso modo, Muhammad pare fosse uso indossare le vesti delle proprie mogli e sosteneva che la rivelazione divina non scendeva su di lui quando era in abiti femminili, se non quando indossava gli abiti di Aisha. Nella raccolta degli hadith compilata da Bukhari è scritto che il profeta ha pronunciato queste testuali parole: “لا تؤذيني في ‏ ‏عائشة ‏‏فإن الوحي لم يأتني وأنا في ثوب امرأة إلا ‏ ‏عائشة ‏“, cioè: “Non feritemi a proposito di Aisha, perché la rivelazione non mi giunge se sono in abito (tawb) da donna, eccetto (quello) di Aisha”[1]. Purtroppo, nessuna rappresentazione iconografica ritrae il profeta dell’islam in quei particolari momenti.

Moneta dell’imperatore Eliogabalo, con effigie barbuta su un lato ed il betilo sacro della sua religione sull’altro.

[1] Si veda qui, dove però la parola ثوب viene tradotta prudentemente in inglese con beds, letti. E tuttavia è evidente che non si tratta di un giaciglio, come risulta bene da qui, dove si parla di una veste da donna ricamata palestinese e saudita.

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