Come Vittorio Arrigoni andò a Gaza sperando di morire.

Il faut la préparer, l’arranger, la fabriquer pièce à pièce, la calculer, au mieux en trouver les ingrédients, imaginer, choisir, prendre conseil, la travailler pour en former une œuvre sans spectateur, qui n’existe que pour moi seul, juste le temps que dure la plus petite seconde de la vie. (Michel Foucault, descrivendo il piacere di prepararsi al suicidio).

Il supporter italiano di Hamas, Vittorio Arrigoni, è morto per mano del terrorismo islamico che venerava da tutta una vita. Da simpatizzante di sinistra era giunto fino alla striscia di Gaza per prostrarsi dinanzi alla sua divinità laica, Hamas, e per assisterla nell’impresa genocida contro gli Israeliani. I terroristi islamici, che si definiscono salafiti, hanno dimostrato la propria gratitudine ad Arrigoni rapendolo, pestandolo senza pietà e giustiziandolo.

L’episodio è stato, naturalmente, parte integrante di un copione scontato. Sebbene i media e la nostra cultura letteraria piú elevata non discutano mai delle ragioni, la storia testimonia un fatto innegabile: come migliaia di pellegrini politici prima di lui, Vittorio Arrigoni è andato a Gaza per morire. E infatti, consciamente o inconsciamente, nella loro inappagabile ricerca di vite umane da sacrificare sull’altare dei loro ideali utopici, i simpatizzanti di sinistra bramano sempre la morte. E se non è la morte altrui, allora è la propria.

Non è una coincidenza che poco tempo prima che i salafiti uccidessero Arrigoni, Juliano Mer-Khamis (un altro supporter del terrorismo in Israele che, come Arrigoni, aveva dedicato la vita a magnificare il culto palestinese della morte e a lavorare per l’annientamento di Israele) sia stato assassinato da terroristi islamici a Jenin. Non è una coincidenza che Rachel Corrie, la famigerata attivista dell’International Solidarity Movement (un gruppo che sabota le attività antiterrorismo delle Forze di Difesa Israeliane) si sia tolta la vita buttandosi sotto un bulldozer israeliano per proteggere i terroristi di Hamas. E non è una coincidenza che le pacifiste di sinistra siano regolarmente stuprate, brutalizzate e schiavizzate dagli Arabi di Giudea e Samaria, gli stessi cui portano aiuto e che queste glorificano nella loro odissea giudeofoba contro Israele. Nessuno si aspetti, però, che le femministe di sinistra denuncino questo fenomeno: esse seguono fedelmente le orme della simpatizzante di sinistra Anna Louise Strong e dello scrittore stalinista tedesco Bertold Brecht, due tipici credenti di sinistra che non furono minimamente turbati dall’arresto e dalla morte dei loro amici durante le purghe staliniane e che non fecero mai alcuna domanda sulla scomparsa di costoro.

Il credente di sinistra, dietro la propria venerazione del nemico dispotico nasconde uno dei suoi piú forti desideri: quello di sottomettersi con tutto il proprio essere ad un’entità totalitaria. Questa dinamica psicologica implica l’identificazione negativa, in forza della quale una persona che non sia riuscita ad identificarsi positivamente col proprio ambiente, assoggetta la propria individualità ad un’entità potente ed autoritaria, per mezzo della quale riesce ad esperire indirettamente la sensazione di potere e scopo. Lo storico David Potter ha riassunto concisamente questo fenomeno:

“… Molti di noi, se non tutti noi, esprimiamo il nostro potenziale e ci realizziamo come persone attraverso le nostre relazioni con gli altri. Siamo, in un certo senso, ciò che la nostra comunità o, come alcuni sociologi direbbero piú precisamente, ciò che il nostro gruppo di riferimento ci riconosce essere. Se tale gruppo non ci riconosce o se abbiamo la sensazione che non lo faccia o se non comprendiamo come veniamo riconosciuti, allora non soltanto ci sentiamo isolati, ma anche sperduti e profondamente insicuri della nostra identità. Questa incertezza ci conduce allo sforzo ossessivo di scoprire la nostra identità e di verificarla. Se questa ricerca si rivela essere troppo lunga o troppo ardua, il bisogno di identità diviene fisicamente opprimente e si può finire per sfuggire a questo bisogno rinunciando alla propria identità e arrendendosi a qualche causa piú grande esterna a sé.

La resa di sé alla totalità implica il desiderio impellente del credente non solo di rinunciare alla propria individualità per qualcosa di piú grande, bensí anche, idealmente, di sacrificare la propria vita per esso. Siccome brama la propria autoestinzione, il credente anela al martirio per l’idea. Come Eric Hoffer spiega nel suo classico The True Believer, l’opportunità di morire per la causa dà un senso al desiderio del credente di spogliarsi del sé interiore: Un surrogato cui dedicarsi con moderazione non può soppiantare e cancellare quel sé che si vuole dimenticare. Non possiamo essere certi di avere qualcosa per cui vivere se non siamo disposti a morire per esso.

Vittorio Arrigoni con Isma'il Haniyeh

Vittorio Arrigoni con Isma’il Haniyeh.

Cosí, Vittorio Arrigoni, Juliano Mer-Khasin e Rachel Corrie hanno solamente portato avanti fedelmente la lunga tradizione suicida della propria fede politica. Siamo perfettamente a conoscenza, dopo tutto, del triste destino dei credenti che andarono in Russia a costruire il comunismo dopo la rivoluzione bolscevica del 1917. Sappiamo bene che cosa accadde a quegli iraniani di sinistra che tornarono al loro paese dopo la rivoluzione del 1979 per aiutare Khomeini a realizzare il paradiso islamico. Solo quelli che non riescono ad accettare le vere motivazioni dei credenti utopisti possono ancora negare che ciò che quei pellegrini politici stavano cercando nella loro odissea, intrapresa per spogliarsi del proprio sé indesiderato, [era la morte].

C’è bisogno di stare a spiegare come mai la femminista progressita Naomi Klein ha chiesto di portare Najaf a New York nel suo ignobile articolo del 2004 su “The Nation”? In esso tese la mano in solidarietà a Muqtada al-Sadr e al suo esercito islamofascista del Mahdi. Portare Najaf a New York voleva dire che la fortezza sciita irachena, dove Muqtada al-Sadr ed il suo Esercito del Mahdi un tempo facevano funzionare le loro camere di tortura e da cui seminavano il terrore, sarebbe stata riprodotta sul suolo americano. Che cosa mai avrà intravisto Naomi Klein di cosí bello nel feroce terrore nichilistico dell’Esercito del Mahdi? Riuscirebbe a restare viva per piú di 60 secondi se lo incontrasse sulla sua strada? Non sarà che gli impulsi della Klein siano in qualche modo simili a quelli di Noam Chomsky, un ebreo che si è distinto, fra i tanti modi accattivanti, recandosi in Libano ad abbracciare di persona i capi di Hezbollah, la cui massima priorità apertamente dichiarata è quella di liberare il mondo dagli ebrei?

L’assassinio commesso da terroristi iracheni dell’ostaggio americano Tom Fox nel marzo 2006 è stato un esempio perfetto di questo fenomeno patologico. Fox era uno dei quattro mebri del gruppo di sinistra Christian Peacemaker Teams (CPT) rapiti dai terroristi islamici in Iraq nel 2005. Oltre alla dichiarazione del proprio sostegno ai terroristi, un’altra delle idee espresse con forza dal gruppo implicava la bramosia di morte. Per esempio, nel discorso del 1984, “God’s People Reconciling”, che diede inizio alla formazione dei Christian Peacemaker Teams, il ministro del culto mennonita Ron Sider incitò i suoi ascoltatori dicendo: “Dobbiamo essere pronti a morire a migliaia“. Non c’è da meravigliarsi che, quando gli uomini delle forze americane e britanniche salvarono gli altri tre ostaggi dei CPT, i tre prigionieri si rifiutarono di ringraziare i loro liberatori (i quali avevano rischiato la vita nell’operazione di soccorso) e di cooperare in un’importante sessione di debriefing con gli agenti dei servizi segreti. Doug Pritchard, il co-presidente dei CPT, ha detto e ripetuto al mondo intero che il rapimento (e, per logica conseguenza, l’assassinio di Fox) era colpa dell’America e non dei rapitori o degli assassini. “L’occupazione illegale dell’Iraq da parte delle forze internazionali“, affermò, era la causa principale dei rapimenti. In altre parole, non si vollero assumere la responsabilità delle proprie azioni. I prigionieri liberati non sopportavano l’idea di esser stati salvati dalle stesse forze che disprezzavano. I liberatori avevano privato gli ostaggi sopravvissuti del destino idealizzato toccato invece a Fox. Jan Benvie, un’insegnante di Edimburgo che si apprestava a recarsi in Iraq con il gruppo nell’estate del 2006, era ben indottrinata: prima della partenza dichiarò: “Vogliamo che sia chiaro che se verremo rapiti non vogliamo che sia usata la forza o la violenza per liberarci“.

Il filosofo francese Michel Foucault, che appoggiava e amava i campi di sterminio di Khomeini, difese fino all’ultimo momento della sua vita il diritto di ciascuno al suicidio. In un saggio del 1979, scriveva boriosamente che il suicidio era il piú semplice dei piaceri. È una coincidenza che Foucault, il quale aveva tentato piú volte di togliersi la vita a causa del senso di colpa per la sua omosessualità, simpatizzasse con passione per quel culto islamico della morte che faceva strage di omosessuali?

I terroristi di Gaza sono famosi per i rapimenti, le violenze, gli stupri e gli omicidi di coloro che vanno ad aiutarli e sostenerli. E Vittorio Arrigoni era perfettamente al corrente di tutto ciò. In fin dei conti, la vicenda di Arrigoni è la soria della sinistra, riassunta al meglio da una massima del diavolo di Goethe, cui Marx si rifaceva spesso, come ne Il 18 brumaio di Luigi Bonaparte: Tutto ciò che esiste merita di morire.

Arrigoni è il ragazzo immagine contemporaneo dei pellegrini politici che hanno percorso la via per il dispotismo per aiutare a costruire i paradisi nei quali speravano di spogliarsi del proprio sé indesiderato. E hanno pagato con la vita. Perché non c’è un prezzo minore da pagare per la trasformazione epocale: la sterilizzazione della terra impura. Questa disinfezione è resa possibile solo dal potere purificatore del sangue umano, sangue che nel capitolo finale dell’impresa utopica deve essere il proprio.

articolo di Jamie Glazov (traduzione Justin Sonaggere).

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