La riforma islamica.

La seguente è la traduzione dell’articolo The Islamic Reformation di Ali Eteraz. L’originale è pubblicato qui. L’articolo contiene alcune considerazioni di politica estera e alcune valutazioni riguardo ad alcuni gruppi e personalità di chiara estrazione fondamentalista islamica che non sono condivise da chi gestisce questo blog. Il pezzo è, nonostante ciò, pregevole per la lucida analisi della riformabilità dell’islam effettuata da un intellettuale mussulmano di origine pachistana.

Quanti invocano una riforma islamica non hanno capito che, purtroppo, essa è già avvenuta.

È dal 2001 che un’infinità di scrittori invoca una Riforma islamica. Molte speranze (e carriere) sono legate a quest’idea che non si realizzerà. La riforma islamica è già avvenuta. In ambito islamico, l’evento di portata pari all’affissione delle 95 tesi fu la profanazione di un cimitero e la lapidazione di una donna accusata di adulterio.

Il cimitero medinese Jannat al-Baqi', distrutto dai wahhabiti.

Il cimitero medinese Jannat al-Baqi’, distrutto dai wahhabiti. Di esso oggi non restano né gli edifici, né la vegetazione. La costruzione a destra nell’immagine era il mausoleo di Ali, dei suoi figli Hasan e Husayn e della moglie Fatima.

Il mausoleo di Khadija, prima moglie di Muhammad, nel cimitero di Mu'alla a Mecca. Anch'esso demolito dai wahhabiti.

Il mausoleo di Khadija, prima moglie di Muhammad, nel cimitero di Mu’alla a Mecca. Anch’esso demolito dai wahhabiti.

Stando a documenti del XVIII secolo, nell’Impero Ottomano, potenza islamica dominante dell’epoca, non si fustigavano, imprigionavano o condannavano a morte adulteri da 400 anni. In base al qanun, la legge civile dell’impero, la pena piú severa comminata era stata una multa. I giuristi tradizionalisti ottomani si basavano sulla regola coranica dei quattro testimoni, la quale rendeva l’adulterio di fatto impossibile da comprovare.

Sifat Square a Riyadh, Arabia Saudita, dove vengono eseguite le condanne a morte in pubblico.

Sifat Square a Riyadh, Arabia Saudita, dove vengono eseguite le condanne a morte in pubblico.

Un giorno sbucò dal nulla un sedicente riformista islamico di nome Muhammad Abdul Wahhab. Costui si era formato secondo la tradizione islamica classica, ma si era lasciato sedurre dall’opera di ibn Taymiyya, il quale, 400 anni prima, aveva rotto col tradizionalismo sunnita. Wahhab affermò che una confessione ottenuta in qualsiasi modo era sufficiente per condannare qualcuno alla lapidazione ed eseguire la sentenza.

A quel tempo il sultano ottomano di Istanbul, la cui autorità era forte del sostegno della classe dei giuristi tradizionalisti, era considerato alla stregua di un papa mussulmano, l’ombra di Allah sulla terra. Wahhab, proprio come Lutero in Germania, accusò l’élite religiosa dell’epoca di attaccamento ai beni meteriali, corruzione e decadenza e rigettò l’interpretazione dell’islam basata sulla tradizione. In seguito, trovò protezione politica presso un leader ribelle di nome Muhammad ibn Sa’ud e diede il via ad ulteriori riforme che si combinavano perfettamente con le mire espansionistiche di ibn Sa’ud. Ibn Taymiyya, che un tempo aveva accusato i regnanti mussulmani di ipocrisia in modo da giustificare la ribellione contro di loro, guidò Wahhab e ibn Sa’ud durante la loro ribellione, la quale se fu stroncata militarmente, non lo fu dal punto di vista teologico.

La “riforma” di Wahhab iniziò il distacco dell’islam sunnita dal tradizionalismo. Il Corano e gli hadith, legati insieme in un sistema ed una gerarchia legali cosí complesse da aver dato nascita, secondo l’orientalista John Makdisi, alla Common Law, si spalancavano alle interpretazioni di Wahhab e dei suoi seguaci. Ciò che costoro ora possedevano era il potere di praticare l’ijtihâd. Ma, per via del loro disprezzo per la tradizione sapienziale ottomana, si inventavano il proprio metodo di volta in volta: una commistione di letteralismo coranico e deferenza verso il corpus di hadith di Ahmad ibn Hanbal, piú voluminoso di altre versioni.

I filosofi sono concordi nel dire che quando un testo, qualsiasi esso sia, arriva ad essere interpretato da chicchessia, utilizzando qualsiasi mezzo a disposizione, il risultato piú probabile è che il testo stesso divenga strumentale all’ideologia di chi lo interpreta. Wahhab era un ribelle: la sua ideologia era intollerante, patriarcale e violenta ed influenzò l’inclinazione ideologica che i dissidenti mussulmani avrebbero assunto nell’islam in futuro. Il seguente è un esempio di dove costoro si possano incontrare:

Di recente, mi sono congratulato col Muslim Canadian Congress per aver scritto un comunicato stampa a proposito della libertà di parola e di Salman Rushdie. Il MCC si dissociava dalle opinioni di Rushdie, ma si impegnava a difendere il suo diritto ad esprimersi secondo coscienza. Un giovane estremista parlò per contestare il mio sostegno, citando un hadith isolato che, a suo dire, legittimava l’uccisione di chi insultasse il profeta dell’islam. L’hadith tratta della vicenda di un vecchio che, litigando con la concubina (si badi bene: concubina, non moglie), perse la testa quando lei insultò Muhammad. Il vecchio uccise la concubina. L’hadith dice che il caso fu portato davanti a Muhammad, il quale decretò che il vecchio non doveva pagare il prezzo del sangue (diyya) per l’uccisione della concubina.

Una persona che odi Salman Rushdie di un odio ideologico conclude che Muhammad abbia dato implicitamente il consenso all’uccisione di quanti lo insultano. Tale persona, avendone l’opportunità, potrebbe persino assassinare un Rushdie o un Theo Van Gogh. Tuttavia, non è possibile interpretare a quel modo quell’hadith. Secondo l’opinione tradizionale, di cui sono a conoscenza, spiegai che quell’aneddoto non dimostrava affatto che uccidere chi insultava il profeta dell’islam era permesso. Il testo in sé, invece, esprimeva l’idea secondo la quale le concubine non erano considerate come persone libere (per l’uccisione delle quali l’islam impone il pagamento del prezzo del sangue). E dato che avere concubine era inammissibile e illegale, l’hadith non si applicava al giorno d’oggi. Il giovane non ritornò sul quel discorso.

La vicenda a proposito di questo hadith serve a dimostrare che cosa può scatenare l’ijtihad incontrollato influenzato da ideologie violente. Questo episodio apparentemente insignificante è un microcosmo in cui si riflette la storia dell’islam nel XX secolo. Fattori esterni come la creazione di Israele, la politica estera degli USA, la guerra fredda e lo stato saudita sovvenzionato dagli USA, hanno contribuito in larga misura a fornire un pretesto politico a questa varietà di islam.

La predisposizione naturale dell’America alle alleanze dirette ed indirette con gli estremisti mussulmani è davvero inquietante. Ma, come ho dimostrato in altri due post precedenti per Comment is free (qui e qui), le tendenze estremistiche già esistevano nell’islam, altrimenti gli USA e i dittatori loro alleati in Medio Oriente non sarebbero stati in condizione di sfruttarle. Anche se in questo mondo globalizzato l’islam fosse un fenomeno in qualche maniera totalmente separato dalle azioni degli USA, il problema della riforma islamica che ha scatenato l’incubo del jihad resterebbe in ogni caso da affrontare.

Sebbene ci sia stato qualche tentativo da parte di salafiti come Tariq Ramadan e Salman al-‘Uda (il mentore di bin Laden ora pentito) di contenere gli eccessi di questo wahhabismo totale, questi si sono dimostrati del tutto inefficaci. Non solo: il meglio che le fazioni moderate delle organizzazioni salafite come i Fratelli Mussulmani riescono a fare è di trasformare un jihadista in un mussulmano fondamentalista, cioè in qualcuno che pretende di avere il potere di porre il veto a tutto il processo legislativo in nome di un certo tipo di shari’a. Questo non può andare bene. Non quando le organizzazioni fondamentaliste (eccetto quella anomala in Turchia) hanno dimostrato la loro incompatibilità con l’osservanza delle norme internazionali sui diritti umani, con il dialogo paritario e, allo stesso modo, con l’accettazione del pluralismo.

Allora, adesso che sappiamo come gli estremisti sono arrivati a monopolizzare il dissenso nell’islam e che i salafiti non sono riusciti a porgli un freno, che cosa possiamo fare? Tre cose. La prima è quella di rifiutare ogni ingenuo appello alla riforma dell’islam. La seconda, è di considerare la necessità di un papa islamico. La terza, è di considerare l’opportunità di un letteralismo liberale (una sorta di opposto ideologico al letteralismo estremista). Queste, e non i vaghi ed inconsistenti concetti di “riforma islamica” o ijtihâd sono le idee a proposito delle quali vale la pena di informarsi e ne discuterò nei miei prossimi post.

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