Convivere con la menzogna, il terrore e la morte.

Si sta diffondendo la verità sulla strage avvenuta nel locale Bataclan di Parigi il 13 novembre 2015. Non è stato soltanto un attacco terroristico di mussulmani armati affiliati all’ISIS che hanno sparato sugli spettatori inermi di un concerto. È andata molto peggio di cosí. Peggio in modo inimmaginabile.

Quanto è accaduto non è stato rivelato subito ed è emerso solo recentissimamente. La verità è stata nascosta ad arte e sarebbe opportuno riflettere su questa assurda politica di alterazione e di ostinata negazione della realtà da parte dei media, da parte delle forze dell’ordine e da parte dei governanti. La disinformazione e l’occultamento dei fatti sono diventati la norma ogni qual volta un attacco terroristico di matrice islamica colpisce l’Occidente. I cittadini sembrano venir trattati come piccoli pazienti colpiti da una malattia mortale cui si racconta una bugia, nascondendo loro la gravità della situazione per il loro benessere psicologico.

Al Bataclan ci sono state vittime crivellate dai proiettili, ma quelle sono state le piú fortunate, ammesso che possa essere una fortuna incappare in un manipolo di invasati che combattono il jihâd contro gli infedeli sulla via di Allah. Oggi, finalmente, scopriamo che la mattanza perpetrata dai martiri assassini è stata truculenta e disumana. Alcuni cadaveri sono stati fatti a pezzi dalle esplosioni. Alcune delle persone uccise nel locale sono state decapitate, mentre altre sono state sventrate. Ad altre sono stati cavati gli occhi ed ad alcune donne sono state inferte coltellate nei genitali. Ad un uomo sono stati tagliati i testicoli che gli sono poi stati cacciati in bocca. Al disgraziato hanno anche cavato un occhio e letteralmente fracassato mezza faccia. Le lesioni sono state devastanti al punto che al padre della vittima, al momento del riconoscimento del cadavere in obitorio, hanno fatto vedere unicamente la parte ancora presentabile del volto del figlio. Il resto del corpo e l’altra metà del viso non gli sono stati mostrati a causa del feroce scempio subito.

Ma non basta. Tutte queste repellenti torture sono state riprese col telefonino dai jihadisti ed i video di tutto questo abominevole spettacolo di macellazione umana ormai è certo che sono stati inviati a qualcuno. È logico pensare che il destinatario non abbia ricevuto quei filmati per caso, ma che stesse aspettando di riceverli. La possibilità che vengano usati a scopi di propaganda o, addirittura, di addestramento è concreta: in quel di Raqqa la pietas islamica consiste nell’allevare i propri figli nell’odio per l’infedele e nel culto della morte e del massacro.

Questo culto di morte, però, non si pratica esclusivamente nel Medio Oriente martoriato dai mussulmani jihadisti del califfato. L’assassinio della modella ed artista pakistana Qandeel Baloch, strangolata dal fratello il 15 luglio 2016, è stato considerato un bene da parte di centinaia di ragazzi e ragazze pakistani che hanno manifestato la propria soddisfazione su Twitter per l’uccisione di una giovane donna la cui colpa è stata quella di ambire alla popolarità. La disgrazia di Qandeel è stata quella di essere pakistana, di essere nata in una famiglia mussulmana in un paese islamico e di aver aspirato alla libertà e all’indipendenza che è l’islam dei semplici osservanti, non quello dei terroristi, a negare a tutti. I delitti d’onore di uomini e donne consumati nelle comunità islamiche, anche in Europa, dimostrano che è la vita umana a non avere alcun valore per i semplici mussulmani. La vita umana non vale nulla, perché il valore supremo risiede nella dottrina e nei precetti di una religione che regolamenta ogni aspetto della vita privata e sociale del credente. La vita di una donna vale ancora meno se il Corano stabilisce che l’uomo le è superiore (Qr 2:228).

A Dacca, di recente, sono state commesse atrocità simili a quelle avvenute al Bataclan, secondo lo stesso rituale sanguinario. Agli italiani trucidati sono state inferte torture e mutilazioni terribili. I patologi forensi hanno stabilito che le vittime sono state lasciate ad agonizzare finché non hanno esalato l’ultimo respiro. Per torturare e far morire una persona fra indicibili sofferenze, prolungandone l’agonia, è necessario essere addestrati: le tecniche di tortura non si improvvisano su due piedi, perché richiedono tempo e metodo. Ma ciò di cui è fondamentale tener conto è che per commettere simili mostruosità nel nome di Allah, straziando la carne viva di chi mussulmano non è, bisogna venir indottrinati e convinti dell’esistenza di esseri umani che meritano di essere trattati anche peggio, se possibile, di come l’islam prescrive che si macellino le bestie per cibarsi: dissanguandole a morte. È necessario venir privati di sensibilità ed empatia per commettere certe brutalità. È possibile che una religione contenga precetti tali da privare di ogni compassione i suoi seguaci? Nel Corano, che secondo la dottrina islamica rappresenta letteralmente la parola di Allah, è scritto senza mezzi termini che i peggiori animali agli occhi di Allah sono gli infedeli che non credono (Qr. 8:55).

Altre immagini orripilanti che circolano in rete provengono dalla Siria. Alcuni miliziani islamici catturano una spia nemica. Si tratta di un ragazzino di dodici anni. Il povero disgraziato viene legato e decapitato con un coltello. I miliziani riprendono la scena col telefonino e urlano il takbîr. Le fazioni che si combattono in Siria competono in un gioco degli orrori surreale che non è per nulla un fenomeno estraneo alla cultura mediorientale.

L’Occidente ha prodotto il mito della fratellanza universale. Oggi si scopre che la fratellanza universale non è un valore universalmente condiviso. Il Corano recita, nella sura della vittoria, che i mussulmani sono duri con gli infedeli e misericordiosi gli uni con gli altri (Qr. 48:29). Nei testi di antropologia culturale ogni cultura è uguale all’altra, in quanto tutte sono oggetto della stessa ricerca, e chi ci governa, probabilmente, si illude che questo tipo di approccio funzioni anche nella realtà della vita quotidiana. Forse culture diverse possono coesistere senza attriti anche fuori dall’astrazione libresca. Ma si può coesistere pacificamente col portatore di una cultura fondata sul dogma secondo cui i mussulmani costituiscono la migliore comunità creata da Allah e la sola capace di distinguere il bene dal male, mentre il resto dell’umanità è fatta di deboli e vigliacchi che disubbidiscono apertamente ai comandamenti di Allah? (Qr. 3:110)

Quella che si prospetta al momento è la libanizzazione delle città europee ed occidentali in genere. Sappiamo quali sono le fazioni che si fronteggiano in Medio Oriente, in nome di che cosa uccidono e si uccidono fra loro e le modalità con le quali compiono le stragi. Il prossimo stadio, se non si porrà rimedio a questo fenomeno, sarà la sirianizzazione: la dissoluzione apocalittica del mondo cosí come lo conosciamo. Nessuno, però, osa menzionare la matrice ideologica di tutto questo orrore. Ogni attentatore è descritto come un disadattato o come un folle ed il fatto che ciascuno di loro è mussulmano è considerato un dettaglio irrilevante che non merita menzione.

Convivere con una cultura radicalmente diversa forse non è impossibile, purché esistano elementi comuni che favoriscano il dialogo. Impossibile, invece, è tentare di giungere a qualche compromesso con una cultura radicalmente ostile. Ormai è inutile negare l’evidenza che ci si deve abituare a vivere allo stesso modo in cui si vive in un paese islamico come il Pakistan, dove, fra un takbîr e l’altro, si può morire per strada, in un mercato o in una scuola. È d’obbligo avere la consapevolezza che rapportarsi con l’islam a distanza tanto ravvicinata, e va detto chiaramente, significa accettare di essere investiti dal devastante impatto della cultura islamica che ha seminato morte e distruzione in nome di Allah per secoli. Significa accettare di diventare potenziali vittime sacrificali di seguaci di un culto di morte che provengono dalle comunità islamiche che vivono anche in Occidente. Si tratta di avere a che fare con individui che hanno venduto l’anima al proprio dio, che uccidono e non temono di venire uccisi, perché sono convinti che per le loro azioni verranno ricompensati nel paradiso sensuale di Allah (Qr. 9:111). Questi credenti possono agire in qualsiasi momento in base ai dettami religiosi che costituiscono i fondamenti della loro fede. Ed è proprio della loro fede, del loro dio, del loro profeta e dei loro testi sacri che dobbiamo cominciare a discutere onestamente, senza timore di offendere o infastidire qualcuno.

Annunci